UMAMI

1971 Colorno

Team il Cuneo

considerazioni di Andrea Cocchi

… quando l’assistenza è fatta dal tecnico e ne è escluso l’utente e non partecipa alla soluzione dei suoi bisogni è una cattiva assistenza…” Basaglia

Fonti dello scritto

la Fondazione Franca e Franco Basaglia

la fondazione Mario Tommasini www.mariotommasini.it

il Portale Spazi della Follia   www.spazidellafollia.eu

Aut aut n°342 Basaglia a Colorno aprile giugno 2009 il Saggiatore

https://www.youtube.com/watch?v=qyQ9xQlUG-E  presentazione Tradardi Basaglia a Colorno

https://www.youtube.com/watch?v=GeAv-7UzqBs  Giovanna Gallio su Basaglia a Colorno

https://www.youtube.com/watch?v=9m8jU3dyFqA Intervista a Basaglia su antipsichiatria

https://www.youtube.com/watch?v=j_7yv5rTiQo Costanzo intervista Basaglia

http://parma.repubblica.it/multimedia/home/20614284 Rotelli Basaglia a Colorno

http://www.istituzioneinventata.it/ L’istituzione inventata / Almanacco

Trieste 1971-2010 a cura di Franco Rotelli

 

 

 

 

 

Ricordi del 1971

Il contesto

Nel 1971, durante l’ultimo anno di medicina ho frequentato, per alcuni mesi, come volontario, l’Ospedale Psichiatrico di Colorno, partecipando ad alcune fasi del progetto di realizzazione di una comunità terapeutica. In quegli anni era direttore Franco Basaglia.

Era l’epoca del movimento studentesco, della formazione di gruppi giovanili di protesta su cause politiche, ambientali, economiche o sociali.  In questi fenomeni ampi di contestazione globale si tenevano grandi assemblee nelle università sulla formazione, sul diritto allo studio; si animavano discussioni in collettivi e in vari gruppi di studio.

La psichiatria con le sue “impresentabili” istituzioni i manicomi con più di 100.000 internati “sottoproletari” indicava la medicina come parte costitutiva del potere politico ed economico.

In quel periodo si leggeva e si discuteva de gli scritti di Michel Foucault (La Storia della follia), di Erving Goffman (Asylums; Stigma), di Frantz Fanon (I dannati della terra), di Ronald Laing (L’Io diviso; L’Io e gli altri (1961), di Maxel Jones (Ideologia e pratica della psichiatria sociale; Uno studio sulla comunità terapeutica), ma soprattutto di Franco Basaglia (Che cos’è la psichiatria; L’Istituzione negata).

Si era costituito tra gli studenti di Medicina della mia Università di Pavia un gruppo particolarmente interessato a questi temi.

“Se volete vedere una realtà dove si elabora un sapere pratico, andate a Gorizia”, disse Jean-Paul Sartre e alcuni di noi, anche sull’onda di questo “consiglio”, si erano recati a Gorizia e avevano partecipata all’esperienza di Basaglia, e avevano riportato le loro esperienze e le loro impressioni nei nostri gruppi.

Di fatto il sessantotto italiano, e io che ne facevo parte, avevamo trovato nel movimento per la chiusura dei manicomi un simbolo di cui appropriarci trasformandolo in una “nostra” battaglia.

In quegli anni si svolgevano varie assemblee pubbliche (ricordo Verona e Bergamo), per la chiusura dei manicomi e anche perché non se ne costruissero di nuovi.

Il mio ricordo di Colorno

Quando io presi la mia decisione di partecipare attivamente a questo impegno l’esperienza di Gorizia era in una fase di passaggio di consegne, con l’esodo e la dispersione della sua equipe sul territorio nazionale; una vera e propria diaspora (Giovanni Jervis e Letizia Comba a Reggio Emilia, Giorgio Antonucci a Castelnuovo ne’ Monti (Re), Agostino Pirella a Arezzo, Edelweiss Cotti a Imola). Basaglia a sua volta aveva deciso di trasferirsi a Parma.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Partii per Colorno con la mia gioventù e la mia idealità.

Rotelli dirà a proposito “Sarà stato perché eravamo così giovani che ci siamo sentiti irripetibilmente vivi? O perché facevamo cose semplici e lavoravamo sul praticamente vero? O perché ci sembrava di sfidare la piena complessità del mondo?”

Non mi ricordo il giorno preciso, ma so che era tarda primavera, quando partii per Colorno: avevo un appuntamento vago con Beppe Lorini che, appena laureato, aveva deciso di andare in quel manicomio in cui si sapeva avrebbe dovuto arrivare Basaglia.

Arrivai all’Ospedale di Colorno nel tardo pomeriggio e chiesi in portineria del dottor Lorini.

Il risultato fu che dopo un po’ di tempo di attesa nell’atrio vidi dal fondo di un lungo corridoio venirmi incontro un infermiere.

Mi chiese si seguirlo che mi avrebbe portato dal dottore; ripercorremmo il corridoio e arrivammo di fronte a una porta che aprì con una chiave scelta da un grosso mazzo e mi fece così entrare nel manicomio.

Quella porta mi suscitò una grande impressione, soprattutto quando mi accorsi che veniva richiusa alle nostre spalle una volta entrati.

Ebbi l’impressione di essere accolto in un mondo diverso, quello della alienità.

Lungo questo corridoio di fronte a noi vi era un via e vai di numerose persone che si muovevano avanti indietro, venendoti incontro e superandoti poi alle spalle.

 

 

 

 

 

 

Questi erano i residenti del manicomio, i matti.

All’inizio mi prese una grande apprensione ogni volta che incrociavo qualcuno.

Mentre procedevo mi resi conto della loro non pericolosità: sembravano completamente assorti nel movimento del camminare, immersi in un loro mondo.

Mi vennero in mente le parole di Tommasini: “Moltissimi entravano in manicomio da piccoli e vi trascorrevano il resto della loro vita, altri erano alcolizzati, vagabondi, prostitute che non presentavano patologie psichiatriche. Una volta internati, perdevano ogni rapporto col mondo esterno e veniva loro tolta ogni forma di sicurezza quali la famiglia, il lavoro, la libertà; ne seguiva l’acquisizione di un modo d’essere e di comunicare lontano dai canoni culturali del mondo esterno.”

Mentre camminavo mi colpirono l’odore dell’umidità, il tanfo del chiuso e il forte sentore acre dei muri scrostati.
“L’odore delle istituzioni chiuse, degli uomini ammassati, dei corpi giacenti e devastati” come dirà Peppe Dell’Acqua.

Ricordo che anch’io come lui provai un senso di nausea, di rifiuto e un grande desiderio di fuga.

Basaglia rievocherà in “Conferenze brasiliane” nel 1979 “Quattro o cinque anni dopo la laurea, divenni direttore di un manicomio (Gorizia) e, quando entrai là per la prima volta, sentii quella medesima sensazione (del carcere). Non vi era l’odore di merda, ma vi era un odore simbolico di merda.”

 

 

 

 

 

 

 

Nelle settimane successive imparai a distinguere le persone e a esplorare il mondo, identificare lo spazio che abitavano, tanto da rendermelo familiare: una notte stanco, dopo una lunga discussione sulla psichiatria e il suo futuro, con il medico di guardia e un gruppo di infermieri e alcuni volontari, mi fermai a dormire in un letto libero nel reparto agitati.

Questa specie di amore

Un altro ricordo di quel periodo furono le scene di Questa specie d’amore un film di Alberto Bevilacqua del 1972, con Ugo Tognazzi, che vennero riprese in parte all’interno del Manicomio di Colorno

 

 

 

 

 

 

 

La scena dell’incontro della madre venne girata in una stanza al piano terreno, fino a poco tempo prima adibita a studio medico dove avevo assistito a qualche pratica di ambulatoriale.

I volontari

Per Basaglia svolgevano una funzione produttiva, liberante solo in quanto irruzione di un soggetto situato fuori dalle gerarchie di lavoro.

Essendo “rappresentanti della normalità del mondo immettevano nella realtà dell’istituzione uno sguardo critico dissolutorio”.

A Basaglia pareva che i malati vedessero il volontario come il tramite per il mondo esterno, la speranza di una possibile modificazione della realtà dell’ospedale: proprio la mancanza di una precisa etichetta dava al volontario l’opportunità di instaurare un rapporto affettivo più immediato e diverso.

“I ricoverati hanno l’occasione di entrare in contatto con persone prive di potere su di loro. Anche per i medici e gli infermieri i volontari rappresentano dei testimoni, autorizzati dal libero accesso all’istituzione a violarne la segretezza. Con la loro spontaneità rompono le regole della vita interna “, essi possono rappresentare una speranza di cambiare qualcosa mediante l’ingresso di estranei in un’istituzione in cui la parola “terapia” viene usata a sproposito.

Date uno sguardo in giro e fate qualcosa” era l’indicazione che ricevevano i volontari da Basaglia.

Secondo Franca Ongaro Basaglia avrebbero dovuto agire qualcosa di concreto per definire il loro ruolo, senza aspettare che fossero gli altri a definirlo, affidando incarichi o mansioni.

Il volontario non sa bene dove si trova e si scopre trascinato in un processo di cui ignora e non controlla le finalità, un processo a cui rimane estraneo, dato il carattere episodico o intermittente dei suoi interventi, ma nonostante questo diventa un elemento catalizzatore delle dinamiche di potere esistenti nei reparti.

Quando Basaglia arrivò a Colorno, ritenne opportuno fare preparare delle stanze per ospitare i volontari immaginando e pregustando un afflusso di visitatori. Io fui uno dei primi a godere di questa ospitalità.

Le assemblee e le riunioni

Basaglia lavorava prevalentemente con lo strumento delle assemblee e delle riunioni creando in questo spazio la dimensione del “dentro” l’istituzione preservando la libertà di esercizio critico. È questo “dentro” che deve essere lavorato per potersi “dialetticamente rovesciarsi” nel fuori.

Faceva riunioni su riunioni … aveva una capacità straordinaria di dialogare con tutti fino allo sfinimento …  in queste riunioni poteva accadere che gli infermieri dicessero delle cose sbagliate, ma se ne dicevano una buona Basaglia partiva da quella.

Qui si vedeva la sua capacità rispettare gli altri, di non umiliare mai nessuno. Basaglia agiva in modo di ottenere il convincimento, la persuasione.

Mi ricordo in particolare la “Riunione di staff del 27 ottobre 1970 Organizzazione Generale dell’Istituto”. Si vagliò l’analisi della situazione, con particolare riferimento ai degenti in cui si discusse sul come definire un malato di mente, sul perché stavano cambiando i quadri clinici, come mai stavano scomparendo le figure canoniche della psichiatria manicomiale. Si affrontò anche “problema psichiatrico” non di custodia ma di cura, si considerò la condizione alienante di chi vive in ospedale (sia degli operatori sanitari, sia soprattutto dei malati).

La sfida di Basaglia è quella di usare la riunione per far emergere dal basso, in maniera incalzante, il racconto degli eventi quotidiani da cui estrarre dubbi e interrogativi di una microsocietà in movimento.

Periodo di transizione era scoppiato il 68’

Sergio Salmasso ci racconta che: “il 1968 si presenta come un intreccio unico e forse irripetibile di lotta antimperialista e anticolonialista, di protesta studentesca contro la scuola classista e il modello culturale imposto, di spinta operaia contro la fabbrica fordista, di emergenza generazionale contro il costume, i rapporti familiari e generazionali, le relazioni tra generi.”

Se in altri paesi la spinta sembra bruciarsi in un breve arco di tempo, tanto da far parlare di “evento”, invece nel nostro paese, per un intreccio di motivi, assistiamo a un “68 lungo” che esce dai limiti cronologici del “nuovo biennio rosso” (1968-1969) in un insolito esplodere e perdurare di quella che è stata definita “stagione dei movimenti”.

La “stagione dei movimenti” non si chiude in uno o due anni, ma procede almeno sino al 1977.

“Secondo alcuni la malattia mentale non esisteva, era solo una conseguenza del malessere sociale. Noi eravamo convinti che i manicomi andassero chiusi, ma che si dovessero costruire servizi sufficientemente forti nel territorio: servizi che aiutassero le persone a curarsi e a vivere una vita dignitosa. Non volevamo buttare la gente in strada. Volevamo buttare via i manicomi.

Dicevamo: le persone vanno curate, assistite in un altro modo, con un altro paradigma, vanno aiutate! “

Colorno un crocevia.

Una svolta nella mia vita

Nel periodo trascorso a Colorno avevo capito che volevo fare lo psichiatra ma mi servivano prima due cose: imparare a fare il medico per curare le persone e imparare a curare i disturbi psicologici non solo con i farmaci. Più avanti nella mia vita professionale orientata sui binari di queste die intenzioni scoprii l’importanza del corpo e della mente e delle loro interrelazioni ancora sconosciute.

Uno snodo di una nuova psichiatria tra Gorizia e Trieste

  • Gorizia

Basaglia arriva a Gorizia nel 1961, ma non è un santo, un folle, un visionario; è un uomo, invece, immerso nella migliore cultura del suo tempo, un intellettuale, in grado di unire riflessione pratica ad azione concreta.

È stato in prigione durante il fascismo, conosce il lager, grazie alla testimonianza di Primo Levi, pubblicato con enorme ritardo nel 1958.

Decide così di mettere la “malattia tra parentesi”.

Una delle affermazioni sulle quali più si è esercitata la critica pro e contro Franco Basaglia: cosa significa mettere la malattia fra parentesi?

Disconoscerne l’esistenza attribuendo ogni forma di disagio psichico a una ragione sociale, oppure, semplicemente, ribadire che dentro il manicomio la cura non è possibile?

Intorno a Basaglia si raccoglie una squadra composta da psichiatri, intellettuali, infermieri. Eccola (gli anni sono quelli dell’arrivo e della partenza da Gorizia): Franco Basaglia: 1961-1969; Franca Ongaro: 1961-1969; Antonio Slavich: 1962-1969; Lucio Schittar: 1965-1969; Agostino Pirella: 1965-1971; Domenico Casagrande: 1965-1972; Leopoldo Tesi: 1962-1968, 1969; Giorgio Antonucci: 1969-1970; Maria Pia Bombonato: 1962-1966; Giovanni Jervis: 1966-1969; Letizia Comba Jervis: 1966-1969.

Grazie a questo gruppo di persone i reparti vengono aperti, vengono restituiti ai malati gli oggetti personali, viene dato loro il diritto di parola nelle assemblee generali.

L’esperienza di Gorizia si chiude, di fatto, nel 1968, con quello che viene ricordato come “l’incidente”: un paziente in permesso giornaliero a casa uccide la moglie. Nella città friulana, che non ha mai amato Basaglia, la stampa dà ampio spazio alla notizia scatenando una dura reazione di condanna generale.

Come già detto prima, in molti decidono di andarsene, lo stesso Basaglia resterà ancora per poco. La diaspora dei triestini porterà l’immenso patrimonio umano a disseminarsi entro diverse realtà manicomiali diverse.

  • Colorno

“L’ospedale psichiatrico di Colorno era tutto dentro il palazzo ducale di Maria Luigia di Borbone. I reparti uno dentro l’altro; veramente orrendo. Per andare da un posto all’altro bisognava farsi aprire e chiudere un numero smisurato di cancelli e porte”.

La presenza di Basaglia portò ad un processo di graduale riorganizzazione dell’ospedale secondo i principi della psichiatria comunitaria, nel tentativo di creare nuove modalità di approccio alla malattia mentale mettendo il paziente, e non la sua malattia, al centro dei processi riabilitativi.

Nell’ottobre del 1970 Basaglia scriveva: “Il nuovo atteggiamento che il pubblico acquisterà nel tempo verso l’Ospedale psichiatrico riabilitato permetterà di proseguire l’opera di decentramento di nuove piccole strutture psichiatriche che saranno vissute come luogo di cura e non come luogo di invio e deposito di persone emarginate”.

Dal 1970 cominciò una massiccia opera di dimissioni dall’Ospedale Psichiatrico, di malati che venivano inseriti nel mondo del lavoro. Gli ex internati vennero gradualmente inglobati in una società che, fino a poco tempo prima, ne aveva ignorato l’esistenza. Furono allestiti 250 appartamenti per i dimessi e l’amministrazione provinciale li sostenne con sussidi mensili.

L’esperienza di Colorno fu la dimostrazione che per la diagnosi e la terapia di una malattia mentale è necessario spingersi oltre e cercare la persona nel malato.

Si dimostrò poi che la malattia è parte del territorio e che per essere curata non deve essere strappata dal suo ambiente ma curata al suo interno.

Mentre Gorizia si era affermata come laboratorio del “dentro” lo spazio manicomiale, Colorno si costituisce come laboratorio del “fuori” in opposizione al “dentro”: si passa dalla dimensione politica “dell’isola degli esclusi” alla dimensione politica della comunità.

Dirà Carrino in un’intervista: “Parma era un manicomio orribile.

Personalmente, ho assunto la responsabilità di un reparto di 130 pazienti, chiamato “agitati”, di cui 80 erano costantemente in contenzione, con squadre di infermieri collocate lì in turno per azione disciplinare.

In pochi mesi, con la proiezione verso l’esterno e con il lavoro nella società, abbiamo fatto grandi trasformazioni, dimostrando che i pazienti considerati “irreversibili”, nella tradizione istituzionale potevano recuperare delle funzioni che sembrava perdute e vivere al di fuori dell’istituzione. Tuttavia, questo lavoro non poteva essere fatto senza una mobilitazione politica, perché non eravamo più responsabili dei letti d’ospedale, ma delle complesse dinamiche nella società che dovevano imparare a convivere con persone che lei aveva escluso.

Così il nostro lavoro è iniziato con la collaborazione di un numero crescente di gruppi, sindacati e associazioni del territorio che si riferivano a Mario Tommasini e alla sua immensa capacità di mobilitazione sociale.

Abbiamo fermamente insistito che lo stesso gruppo di medici e infermieri doveva essere metà del suo tempo fuori e metà dentro, contrariamente a quello che avevo visto a Villeurbanne, dove team di comunità di salute mentale era stato completamente separato dall’ospedale.

Il nostro obiettivo era quello di svuotare il manicomio, sostituirlo con servizi diffusi nel territorio e continuare la nostra lotta contro l’esclusione sociale, anche per i pazienti più seri.”

  • Trieste

A Trieste Basaglia troverà uno spazio libero e sgombro dove cominciare tutto come dal principio.

Con il suo gruppo di giovani psichiatri rivoluzionari e riformatori la socializzazione della «follia» inizia il suo cammino con la chiusura di fatto del manicomio (1973) qualche anno prima della legittimazione ufficiale.

Ed è nella dimensione storica e sociale aperta dal ’68 che diventa lecita la chiusura del manicomio.

Nella prefazione al Giardino dei gelsi di Ernesto Venturini (Einaudi, 1979) – scrive Basaglia – “come la cura ora, chiuso il manicomio, sia finalmente possibile, data in un rapporto con la soggettività sofferente in cui l’esperienza abnorme è «legata e strettamente connessa alla storia individuale e sociale”.


I personaggi

 

Basaglia (1924 – 1980)

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Franco Basaglia, lo psichiatra, il dottore dei matti, resta uno dei personaggi più importanti nella storia della cultura e della società italiana.

Un personaggio che ha suscitato attorno alla propria opera un amplissimo consenso, ma anche molte critiche, consenso e critiche tutt’altro che esauriti, legati a una legge, la 180, conosciuta come legge Basaglia, che condusse alla chiusura dei manicomi e che fu approvata nel 1978, pochi giorni dopo il ritrovamento del cadavere di Aldo Moro nel portabagagli della Renault rossa in via Caetani e pochi giorni dopo l’approvazione di un’altra contestata legge, la n.194 quella dell’interruzione di gravidanza.

Nasce a Venezia l’11 marzo 1924.

Nel 1949 si laurea in medicina e chirurgia e inizia a frequentare la clinica delle malattie nervose e mentali di Padova, dove lavora come assistente fino al 1961.

Nel 1958 consegue la libera docenza in psichiatria e nel 1961 partecipa e vince il concorso per la direzione dell’ospedale psichiatrico di Gorizia, dove si trasferisce con tutta la famiglia.

Si impegna in un radicale lavoro di trasformazione istituzionale. Aiutato da un gruppo di giovani psichiatri, cerca di seguire il modello della “comunità terapeutica”, mutuato dall’esperienza di Maxwell Jones a Dingleton in Scozia (anche Franca Ongaro visita in seguito questa comunità). A Gorizia s’iniziano ad applicare nuove regole di organizzazione e di comunicazione all’interno dell’ospedale si organizzano le assemblee di reparto e le assemblee plenarie, la vita comunitaria dell’ospedale si arricchisce di feste, gite, laboratori artistici. Si aprono spazi di aggregazione sociale, cade la separazione coatta fra uomini e donne degenti. Si aprono le porte dei padiglioni e i cancelli dell’ospedale.

Nel 1970 (29 luglio 1970 vince il concorso, ma l’insediamento effettivo avviene il 01.09.1970 comincia a lavorare seriamente a ottobre), diresse l’ospedale psichiatrico di Parma, avvia la prima fase di un processo di trasformazione, ma l’esperienza si chiuse tra difficoltà burocratiche e dissidi politici, e alla fine dell’anno successivo andò a dirigere l’ospedale di Trieste (aprile 1971 vince concorso a Trieste resta nominalmente a Parma fino a dicembre 1971. ma ad agosto se ne va e accetta l’incarico). Forse aveva pensato a un doppio incarico Colorno-Trieste.

“La stessa sinistra politica è, quindi, incerta e contraddittoria.” Alcuni anni dopo, in “La nave che affonda” (AAVV, 1978), Basaglia accuserà i partiti “storici”, preoccupati di affermare un’avanzata sul piano politico generale, di avere ceduto al ricatto della buona amministrazione, senza spezzare la continuità del potere amministrativo.”

Rotelli dirà in una recente intervista:

“alla fine del ‘ 73 non era chiaro se si dovesse riformare l’ospedale psichiatrico – umanizzandolo, abbellendolo e rendendolo più civile – o farlo fuori. Questa opzione fu chiara alla fine del  ‘74. Pensammo: va distrutto. Altrimenti l’esclusione sarebbe rimasta come elemento fondante.”

Franco Basaglia muore a Venezia il 29 agosto 1980 di un male incurabile: adenocarcinoma etmoidale con invasione della base cranica e metastasi vertebrali.

Un anno prima di morire, a San Paolo del Brasile, Basaglia è chiaro e didascalico quando dal pubblico uno spettatore gli chiede se la follia sia soltanto un prodotto sociale: “Se pensassi che la follia è solo un prodotto sociale sarei ancora all’interno di una logica positivista. Dire che la follia è un prodotto biologico oppure organico, un prodotto psicologico o sociale, significa seguire la moda di un determinato momento. Io penso che la follia e tutte le malattie siano l’espressione delle contraddizioni del nostro corpo, e dicendo corpo, dico corpo organico e sociale. La malattia essendo una contraddizione che si verifica in un contesto sociale, non è solo un prodotto sociale, ma un’interazione fra tutti i livelli di cui noi siamo composti: biologico, sociale, psicologico …”.

Mario Tommasini (1928 – 2006)

 

 

 

 

Ex partigiano, operaio con la quinta elementare che riusciva a parlare con professori e intellettuali, comunista non credente che aveva tra i suoi più cari amici preti e suore, Tommasini da politico operò sempre in nome di un ideale: aiutare i più deboli.

Tommasini, che all’epoca con il Pci era diventato assessore provinciale con delega all’ospedale psichiatrico, rimase sconvolto dalla sua prima visita alla struttura, che sembrava a tutti gli effetti un carcere, con inferriate alle finestre, stanze affollate di malati spesso legati o chiusi a chiave, in cui venivano utilizzati mezzi di contenzione come camicie di forza, bastoni, elettroshock.

Le notizie delle nuove esperienze psichiatriche realizzate a Gorizia spinsero Tommasini a cercare l’incontro con Franco Basaglia. Iniziò così un rapporto di amicizia e collaborazione che culminò nel 1970 con la nomina di Basaglia a direttore dell’Ospedale di Colorno.

Dal sito di Tommasini http://www.mariotommasini.it/tommasini/colorno.asp

La sua presenza portò ad un processo di graduale riorganizzazione dell’ospedale secondo i principi della psichiatria comunitaria, una disciplina sviluppatasi fin dagli anni quaranta nei paesi anglosassoni nel tentativo di creare nuove modalità di approccio alla malattia mentale mettendo il paziente, e non la sua malattia, al centro dei processi riabilitativi. Nell’ottobre del 1970 Basaglia scriveva: “Il nuovo atteggiamento che il pubblico acquisterà nel tempo verso l’Ospedale psichiatrico riabilitato permetterà di proseguire l’opera di decentramento di nuove piccole strutture psichiatriche che saranno vissute come luogo di cura e non come luogo di invio e deposito di persone emarginate”.

Nel Manicomio di Colorno erano rinchiusi 1200 malati seguiti da 4 medici e 170 infermieri che facevano turni massacranti.

Ma Tommasini ha una visione più ampia:

“Milleduecento internati nel manicomio di Colorno, centocinquanta in manicomi fuori provincia, ottocento anziani in ospizi, settanta bambini abbandonati in brefotrofio, novecentosettanta illegittimi e abbandonati internati nei collegi, centoventi ragazzi in carcere minorile, centosettantacinque minorati psichici e fisici in istituti speciali, ducecentotrentasei in classi speciali, duecentonovantadue in scuole differenziali, più di trecento in istituti per ciechi, sordomuti, mutolesi”

… il compito che si era prefisso era quello di portare la gente fuori di lì, nelle case.

Dal 1970 cominciò una massiccia opera di dimissioni dall’Ospedale Psichiatrico, di malati che venivano inseriti nel mondo del lavoro. Gli ex internati vennero gradualmente inglobati in una società che, fino a poco tempo prima, ne aveva ignorato l’esistenza. Furono allestiti 250 appartamenti per i dimessi e l’amministrazione provinciale li sostenne con sussidi mensili. Anche altre persone, tra cui alcuni industriali vennero coinvolti economicamente. L’esperienza di Colorno fu la dimostrazione che per la diagnosi e la terapia di una malattia mentale è necessario spingersi oltre e cercare la persona nel malato. Si dimostrò poi che la malattia è parte del territorio e che per essere curata non deve essere strappata dal suo ambiente ma curata al suo interno.

Franca Ongaro Basaglia (1928 – 2005)

 

 

 

 

 

 

 

 

L’esponente principale, e la più fedele, dell’équipe basagliana era Franca Ongaro (che si firmò anche, in diversi momenti, Franca Ongaro Basaglia e Franca Basaglia).

Era una donna forte, indipendente, di grande personalità, che fu una compagna alla pari nel matrimonio con un uomo famoso e carismatico.

Ma visse anche nella sua ombra, non ottenendo mai pieno riconoscimento del ruolo avuto nel successo di lui e del movimento nel suo insieme. Non compare nella foto dell’équipe risalente al 1967. Lei e Franco furono inseparabili per tutta la vita, ma l’unione non fu priva di tensioni. Di fatto, proprio dalle loro differenze, da quelle stesse tensioni, deriva in parte l’energia che anima le opere più forti e influenti che scrissero insieme.

Franca fu a Gorizia fin dall’inizio, e per l’intero periodo fino al 1968. Rinunciò al suo lavoro di scrittrice per dedicarsi alla lotta, che diventò la missione della sua vita nonostante i due figli piccoli da allevare. Ma Franca Ongaro non faceva ufficialmente parte dell’équipe, e non fu mai impiegata nell’ospedale (né in alcun’altra istituzione).

Apparteneva comunque al gruppo nel modo più evidente, se non ufficiale: fu un elemento fondamentale nelle pubblicazioni legate all’esperimento goriziano, era spesso presente in ospedale e partecipava a tutte le discussioni strategiche.

Dopo il 1969 le cose cambiarono. Franca ritornò a Venezia con i figli, mentre Franco si trasferiva in altri manicomi. Era sempre un personaggio chiave, e per tutti gli anni Settanta fu una presenza costante a Colorno e Trieste, ma non ebbe più il ruolo centrale nel movimento che aveva avuto a Gorizia.

Ma sono gli anni di lavoro nell’ospedale psichiatrico di Gorizia, con il gruppo che si sta raccogliendo attorno a suo marito Franco Basaglia, a determinare la direzione dei suoi interessi e del suo impegno.

Nella seconda metà degli anni ’60 scrive diversi saggi con Franco Basaglia e con altri componenti del gruppo goriziano.

È anche autrice di volumi e saggi di carattere filosofico e sociologico sulla medicina moderna e le istituzioni sanitarie, sulla bioetica, sulla condizione della donna, sulle pratiche di trasformazione delle istituzioni totali. Dal 1983 al 1992 è stata, per due legislature, senatrice della Sinistra Indipendente e in questa veste è stata leader della battaglia parlamentare e culturale per la applicazione dei principi posti dalla riforma psichiatrica, tra l’altro come autrice del disegno di legge di attuazione della “180” che diventerà, negli anni successivi, testo base del primo Progetto Obiettivo Salute Mentale (1989) e di diverse disposizioni regionali. Nel luglio 2000 ha ricevuto il premio Ives Pelicier della International Academy of Law and Mental Health e nell’aprile 2001 l’Università di Sassari le ha conferito la laurea honoris causa in Scienze politiche. È morta nella sua casa di Venezia il 13 gennaio 2005.

Franco Rotelli 1942

 

 

 

 

 

 

Uno dei principali collaboratori di Franco Basaglia prima all’Ospedale Psichiatrico di Parma e poi fino al 1979 all’Ospedale Psichiatrico di Trieste. L’esperienza di trasformazione di questo ospedale psichiatrico, divenuta famosa in tutto il mondo, fu parte rilevante del percorso di elaborazione della legge italiana 180 del 1978.

Dal 1979 (dopo il trasferimento a Roma di Basaglia) e fino al 1995 Rotelli sarà il direttore dell’Ospedale Psichiatrico di Trieste e dopo la sua chiusura, direttore dei Servizi di Salute Mentale della provincia. Negli anni 2000 per oltre 10 anni svolge l’incarico di Direttore Generale dell’Azienda Sanitaria di Trieste. Nel 2013 è eletto Consigliere Regionale e Presidente della Commissione Sanità e Politiche Sociali della Regione Friuli Venezia Giulia.

Mi ricordo il primo giorno del 1971 in cui arrivò al Colorno dall’ Ospedale Psichiatrico Giudiziario di Castiglione delle Stiviere dove nell’anno di lavoro presso quell’istituto, aveva dato inizio a una rilevante trasformazione di un grande reparto di internati per gravi reati in una comunità terapeutica.

Lucio Schittar (1940 – 2018)

 

 

 

 

 

 

 

Schittar aveva conosciuto Franco Basaglia a Gorizia, dove giovane specializzando aveva prima lavorato come volontario e poi come dipendente. La loro esperienza proseguì a Parma dove lo psichiatra si trasferì nel 1969 e dove Basaglia lo raggiungerà. Rimase sino al 1971.

Quando Basaglia si trasferì a Trieste, Lucio Schittar approdò a Pordenone, che era provincia appena nata. «La psichiatria all’epoca – ricorda Piero Colussi – era gestita dalle Province» e infatti operavano sul territorio gli ospedali provinciali psichiatrici. «Lui, che era basagliano della prima ora, convinse la Provincia a non costruire l’ospedale, ma ad avviare subito i servizi territoriali». Nacque così il centro di salute mentale che diresse sino al 1982 quando andò in pensione, mai trascurò la materia che aveva trattato per tutta una vita professionale.

Antonio Slavich (1935-2009)

 

 

 

 

 

 

 

È stato uno dei protagonisti dell’esperienza psichiatrica di Gorizia, a fianco di Franco Basaglia, e come tale ha dato un contributo a “L’istituzione negata”, che di tale esperienza fu l’icona e la bandiera.

Nella diaspora post goriziana, Slavich approdò a Colorno nel 1969 e dal 1971 al 1978 divenne il direttore del Servizio di Igiene Mentale di Ferrara, una posizione di contraltare al persistente manicomio, e sviluppò un’esperienza che alcuni anni fa scrisse nel libro “La scopa meravigliante”.

In qualità di direttore del Centro di Igiene Mentale, negli anni ferraresi introdusse un metodo di lavoro innovativo basato sul coinvolgimento di tutti i collaboratori, medici, infermieri, assistenti e operatori sociali, dei pazienti stessi e di tutta la società civile. Un metodo di lavoro che ha significato un ripensamento complessivo della psichiatria e della cura delle persone con disturbi mentali, spostando sempre più gli interventi dalla istituzione chiusa (il manicomio) ai servizi territoriali.

Slavich lasciò Ferrara e si trasferì a Genova, per divenire direttore dell’Ospedale Psichiatrico di Quarto.

Genova, contrariamente alle aspettative dello stesso Slavich, accolse il nuovo arrivato con ostilità esplicite e sotterranee, per non dire esplosive.

Anche a Genova, come a Ferrara, Slavich iniziò il suo lavoro facendo abbattere sbarre e portoni, liberando quanti, spesso da anni, subivano la segregazione manicomiale.

Sorse un centro sociale, dotato di bar e sala di ricreazione, gestito dagli stessi ricoverati.

Slavich e collaboratori crearono una casa famiglia, con camere singole personalizzate, una cooperativa di lavoro come aveva fatto a Ferrara.

Slavich iniziò un lavoro di recupero psicofisico dei ricoverati con un corso di scolarizzazione breve, istituì palestre per la ginnastica e lezioni di animazione e danza.

Adriana (Iaia) Fusari 1940

 

 

 

 

 

 

Medico psichiatra, psicoterapeuta, esperta in meditazione statica e dinamica.

laia Adriana Frasari, discepola di Osho dai tempi della Prima Pune è stata primario di psichiatria all’Ospedale Psichiatrico di Collegno, Torino. È psicoterapeuta della Gestalt. Ora ha abbandonato la pratica clinica e si occupa di terapia individuale e di gruppo integrando il suo lavoro con le tecniche di meditazione.

Racconta: “Alla fine degli anni `60 ho incontrato Franco Basaglia, l’iniziatore dell’antipsichiatria il cui lavoro avrebbe portato in seguito alla cosiddetta “apertura dei manicomi” in tutta Italia. Quell’incontro mi ha trasmesso immediatamente la passione per una certa modalità di lavoro negli ospedali psichiatrici e mi ha dato anche un metodo, oltre alla capacità e alla forza di inserire il mio lavoro in quella che era l’atmosfera politica e ideologica generale di allora. Il primo incontro con Basaglia è accaduto proprio subito dopo la laurea: mi sono precipitata a Gorizia, dove lui lavorava, e ho fatta alcuni mesi di volontariato. Lì ho visto per la prima volta un ospedale psichiatrico aperto, umano, e con grande entusiasmo ho partecipato alle assemblee con i pazienti, gli infermieri, i medici. Anche se questo lavoro di deistituzionalizzazione dei pazienti psichiatrici mi “corrispondeva” perfettamente, ho voluto comunque conseguire una formazione psicofarmacologica e psicoterapeutica, andando a lavorare alla Clinica Psichiatrica Universitaria di Losanna dove il direttore, Christian Muller, presidente della Società Svizzera di Psicanalisi Freudiana, era stato uno dei primi ad applicare il trattamento psicoterapeutico su pazienti psichiatrici gravi, schizofrenici. Dopo una breve formazione con lui sono ritornata in Italia per riprendete il lavoro con Basaglia che allora era una grande sfida e una continua battaglia e in seguito ho continuato da sola in diversi altri ospedali. “

Giuseppe (Beppe) Lorini 1943

 

 

 

 

 

 

Lorini Giuseppe Satgyano medico chirurgo neuropsichiatra, specializzato in Ayurvedic clinic.

Oggi attua un approccio psichiatrico in ayurveda di tipo olistico, diminuendo o sostituendo completamente psicofarmaci con farmaci e terapia ayurvedica in senso generale (dieta, stile di vita, tecniche di meditazione, ecc…).

Appena laureato nel 1970 si recò a Colorno e collaborò con Basaglia fino alla sua partenza per Trieste.

Divenne poi primario dell’ospedale N.P. di Vercelli.

Dal ’74 approfondisce l’agopuntura cinese e successivamente quella Ayurvedica.

Nel 1981, a Torino, fonda e dirige per sette anni l’Istituto di Bioenergetica e terapie neo-reichiane.
Nell’87 inizia i suoi studi di Medicina Ayurvedica in India, dove soggiorna per tre anni. Da allora il si dedica all’approfondimento di questa antica scienza applicandola ai suoi pazienti; inoltre è direttore della scuola triennale di Ayurveda “Charysat Ayurved Research Institute” di Varese, in collaborazione con l’Università di Medicina Ayurvedica di Calcutta.

“La mia mente era completamente focalizzata sulla malattia e non sull’essere umano. L’ayurveda mi ha aiutato a vedere l’essere umano come sorgente di malattia, ma anche di guarigione”.

Carrino Luciano 1941

 

 

 

 

 

 

Specializzato in Neurologia e Psichiatria

Dal 1985 è esperto dell’Unità Tecnica Centrale della Cooperazione Italiana (Ministero degli Affari Esteri), dove è responsabile tecnico per i programmi di sviluppo umano, sanità e pari opportunità. specializzato in neurologia e psichiatria, Luciano Carrino è stato primario dell’Ospedale di Trieste diretto da Franco Basaglia, con il quale ha collaborato – dal 1970 al 1974 – alle prime esperienze italiane di superamento dei manicomi.

“Il mio contributo è stato quello di portare quello che avevo imparato in Francia, Lione e Villeurbanne: una pratica psichiatrica in cui è possibile curare fuori dall’ospedale con visite domiciliari e assistenza in luoghi alternativi, tutte cose che Basaglia non aveva sperimentato ma di cui capiva l’importanza.”

È stato poi – dal 1975 – Direttore del Centro di Medicina Sociale di Giugliano (Napoli), dove ha animato la prima esperienza italiana di distretto sociosanitario di base, introducendo le metodologie di analisi partecipata dei bisogni come strumento permanente del lavoro sociosanitario. È stato consulente di diverse Agenzie delle Nazioni Unite (OMS, UNDP, UNOPS).

È stato uno dei cinque esperti internazionali del Comitato di Consulenza della Presidenza della Commissione Europea per la lotta contro la povertà e l’esclusione sociale.

Ha promosso e gestito programmi di cooperazione allo sviluppo umano in tredici Paesi del mondo. Coordina attualmente un’equipe di venti tecnici che gestiscono interventi di cooperazione (bilaterali, con le Nazioni Unite e con la Banca Mondiale) in 50 paesi. Ha tenuto corsi e conferenze in diverse Università in Italia, Regno Unito, Stati Uniti, Francia, Belgio, Grecia, Canada, Olanda, Spagna ed altri. Ha pubblicato diversi articoli scientifici sui temi della psichiatria, della psicologia, delle politiche sociali e della cooperazione, in riviste italiane, inglesi, francesi, spagnole, belghe e americane. È autore del manuale dell’OMS

Come psichiatra è stato uno stretto collaboratore di Basaglia. Al Ministero degli Esteri è stato responsabile dei programmi di cooperazione Italia/Nazioni Unite per lo sviluppo umano in Africa, Mediterraneo, America Latina ed Europa dell’Est. È stato vice presidente della Rete contro la povertà dell’OCSE. Insegna in diverse università italiane e straniere. Tra le sue pubblicazioni per Franco Angeli: Lo sviluppo delle società umane tra natura, passioni e politica (2014) e Perle, pirati e sognatori. Dall’aiuto allo sviluppo a una nuova cooperazione internazionale (2016). È anche autore di documentari per la Rai.

Giovanna Gallio 1950

 

 

 

 

 

Nel 1971 era la moglie di Rotelli, aveva 20 anni, era studente 2 anno di filosofia, era in cinta del secondo figlio.

Psicologa e sociologa ha lavorato a stretto contatto con Franco Basaglia a Trieste. Ha progettato e svolto attività di valutazione e di ricerca in collegamento con il ministero della Sanità, degli Affari sociali e con l’Oms. È autrice di numerose pubblicazioni, in particolare ha curato il numero 342 della rivista Aut Aut “Basaglia a Colorno”.

Assunta Signorelli (1948-2017)

 

 

 

 

Laureata in Medicina a Trieste e specializzata in Psichiatria a Roma, si è formata a Parma proprio con Basaglia come volontaria dell’Ospedale psichiatrico di Colorno. Con lui collabora nell’équipe triestina. Crea e dirige il Centro Donna Salute Mentale. Lavora in Toscana e successivamente in Calabria, dove ricopre ruoli dirigenziali nell’ambito della Sanità pubblica. È stata responsabile del Servizio Psichiatrico di Diagnosi e Cura di Trieste.

Tiziana Belli …

Segretaria di Franco Basaglia a Colorno ha meticolosamente registrato tutto quanto veniva detto nelle riunioni e assemblee in un breve ma intensissimo periodo che va dalla metà del 1970 all’agosto del 1971.


Iperconnessi

Dr Admin

IperConnessi

Se pensiamo all’epoca dei semplici cellulari, che hanno preceduto gli smartphone, avevamo a disposizione solo un cellulare per chiamare parenti e amici nel momento meno opportuno della giornata, se ci andava bene potevamo avere separatamente un navigatore per l’auto, una videocamera per i filmini ai vostri figli, un lettore CD per la musica, un videoregistratore per i VHS e per i filmini.

Oggi tutte queste cose sono racchiuse in un unico solo dispositivo che è lo smartphone ovvero un singolo oggetto relativamente economico che è l’equivalente e di tutto quello che abbiamo detto sopra ma con dimensioni e costi compatti.

Un coltellino svizzero, portatile e leggero, che fa tutto e lo fa benissimo. E’ costruito come se fosse un piccolo computer tascabile.

Uno smartphone può fare di tutto, così come il nostro computer di casa può avviare applicazioni di ogni tipo, da Office a Media Player.

Si controlla la posta elettronica in tempo reale, si può guardare YouTube senza accendere il computer, è possibile prendere appunti veloci, tenersi aggiornati sulle notizie di cronaca e gestire i file dentro il dispositivo come se fosse un notebook.

Una delle cose più importanti, che ha portato lo smartphone all’interno delle vite delle persone, però, è stata l’avere internet a portata di mano.

Essendo lo smartphone, come dicevamo, un vero e proprio computer, è possibile avviare una applicazione per navigare sul web, utilizzando la connessione Wi-Fi di casa oppure utilizzando direttamente la rete del proprio operatore, permettendoci di navigare sul web anche in mezzo ad una strada di campagna (sempre che ci sia campo, ovviamente).

Si possono inviare messaggi gratuiti e infiniti tramite Whatsapp Messenger, effettuare videochiamate tramite Hangouts o Skype, controllare le notizie tramite Google Currents e leggere Twitter o Facebook tramite l’applicazione dedicata. Allo stesso modo, i giovani utilizzano lo smartphone per controllare i social network, per giocare e per mandarsi messaggi. Ma non disdegnano lo smartphone come lettore multimediale, al posto dei piccoli lettori MP3 di una volta.

Quasi tutti gli smartphone di oggi sono dotati di connettività GPS, con la quale è possibile utilizzare il dispositivo esattamente come se fosse un navigatore satellitare, senza perdere nessuno dei vantaggi di un navigatore comprato separatamente. Basta avviare una delle tante applicazioni di navigazione, impostare la propria meta, e partire.

Ultima caratteristica ma non meno importante è quella della fotocamera: gli smartphone di oggi sono tutti equipaggiati con una fotocamera discreta, che permette di scattare foto al volo in ogni circostanza. E non c’è migliore foto di quella a sorpresa. Senza il peso di una vera fotocamera nella borsa, lo smartphone acquisisce un ruolo importante anche nella cattura dei migliori momenti con la propria famiglia e i propri amici. È possibile scattare foto o registrare video da trasferire sul computer e da condividere coi propri amici sui social network in pochi istanti.

Ma c’è chi, dopo aver scoperto tutte le potenzialità di questi prodotti, si ritrova in una certa confusione col primo approccio.
Tanti pensano poi, guardandosi attorno, usandolo è di essere inadeguati.

Quello che dobbiamo veramente capire, invece, è che non dobbiamo capire.

Non dobbiamo capire tutto per essere in grado di godere del cambiamento.
Dobbiamo avere uno sguardo di insieme, non necessariamente uno sguardo dettagliato, ma un volo pindarico dall’alto per intravedere i confini delle cose e poterle, a nostro modo, sfruttare. O almeno non averne paura.

È evidente che accadono cose online che non siamo in grado di interpretare poiché dieci anni fa semplicemente non esistevano.

Continua la lettura dell’articolo, a cura del Dott. Andrea Cocchi, cliccando questo link.